Articoli

,

Colline del Prosecco: patrimonio UNESCO

colline del prosecco patrimonio unesco - associazione naturalistica sandonatese - michele zanetti

Finalmente siamo approdati al brillante risultato che poco meno di un decennio di sforzi congiunti dei vignaioli di Valdobbiadene, della Regione Veneto e del governatore Zaia, hanno determinato: le Colline del Prosecco (che chiameremo d’ora in poi “Colline al Prosecco”) sono state dichiarate patrimonio UNESCO dell’Umanità.

Per emettere il discusso (e discutibilissimo) verdetto, l’UNESCO ha adottato la strategia dei processi storici italiani: quelli organizzati per puntare alla prescrizione e all’assoluzione di tutti i colpevoli, ovvero quello di far svolgere il dibattimento ed emettere la sentenza il più lontano possibile dal luogo in cui erano stati commessi i reati. Piazza Fontana prima e il Vajont, dopo, ne sono stati esempi da antologia della Giustizia italiana e, a quanto pare, hanno fatto giurisprudenza anche nel resto del mondo.

Si, perché il verdetto che eleva le Colline al Prosecco al rango dei tesori materiali e culturali dell’Umanità è stato emesso niente meno che a Baku, in Azerbaijan. In un luogo cioè che i miliardari vignaioli del Prosecco neppure sapevano dove fosse e di cui hanno scoperto l’esistenza soltanto dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica.

Certo è stata dura, anche perché qualcuno ha remato contro. Costoro, che tutti potrebbero sospettare siano stati i vignaioli della Valpolicella, della Toscana o del Carso triestino, a cui il nome Prosecco è stato rubato proditoriamente, sono stati invece i cittadini delle stesse colline, organizzati in comitati.

Cosa, questa, che fa sorgere i primi sospetti. Ma come, proprio loro che ne sarebbero i primi beneficiari si rivoltano contro l’assegnazione di un blasone che vale miliardi di euro e di dollari: com’è possibile.

Beh, è possibile; è possibile eccome e lo è se i cittadini di un territorio, come in questo caso, apprezzano non tanto i pittoreschi scorci dei versanti collinari vitigati nella luce del tramonto, o le chiesette isolate su cocuzzoli collinari assediati da centinaia di chilometri di filari di viti, bensì lo stato di salute biochimica loro e del loro territorio.

Già, lo stato di salute biochimico: cosa vorrà mai dire tale espressione, si sono chiesti ripetutamente
i vignaioli miliardari e gli esponenti della Giunta regionale del Veneto. Beh, bastava che chiedessero e qualcuno disposto a dar loro una breve lezione teorico-pratica lo trovavano. Persino i bambini degli asili assediati dai vigneti e tenuti al chiuso delle stanze, potevano spiegarglielo. Spiegare cioè che non erano nelle condizioni di uscire per giocare nel prato della scuola perché questo era avvelenato dai ricorrenti trattamenti chimici effettuati sui vigneti.

Qui però anche noi dobbiamo confessare la nostra ignoranza; perché quante sostanze e molecole di sintesi vengano impiegate e con quale frequenza, lo sanno soprattutto gli amici del Comitato ispirato e guidato da Gianluigi Salvador. Comitato che in questi hanno ha raccolto una documentazione poderosa e le firme necessarie ad un referendum indetto per mettere al bando le troppe sostanze pericolose e passare alla coltura viticola di tipo biologico.

Per questo abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che le colline sono “avvelenate”; ma anche in questo caso non servono docenti universitari per verificarlo. Basta semplicemente andare a vedere se esista o meno quella Biodiversità che la motivazione del verdetto di Baku dice essere stata difesa contestualmente alla realizzazione del meraviglioso paesaggio collinare della vite. Negli impluvi collinari scorrono acque sporche e deserte di vita e questo è un segnale che vale più di mille relazioni accademiche.

Comunque sia la sentenza ha riguardato innanzitutto “l’armonia del paesaggio”, mentre sappiamo, dalla testimonianza di cittadini residenti, che per ottenere quell’armonia non si è esitato a spianare colline e a distruggere boschi, nei decenni scorsi.

Alla fine, comunque, ci tocca fare un bilancio e dare un senso anche a questa cosa strana e quanto meno controversa. Chi ha vinto e chi ha perso in tutto questo?

Ha vinto innanzitutto uno dei vini più scadenti della tradizione veneta: il Prosecco (Glera è il suo vero nome). Hanno vinto la Giunta regionale del Veneto e i vignaioli miliardari, che continueranno a chiedere altre centinaia di ettari di Prosecco, la cui coltura ormai dilaga persino in bonifica. Ha perduto Andrea Zanzotto; hanno perduto i cittadini di Buona volontà.

Hanno perduto la Biodiversità, la salute dei cittadini e, con essa, l’Umanità intera, che d’ora in poi valuterà con sospetto le decisioni della commissione UNESCO, in qualsiasi luogo decidano di riunirla.