25.02.2010 - Comunicato stampa
ADDIO AL BASSO CORSO DEL PIAVE?
Nei primi giorni del mese di febbraio di quest’anno sono cominciati i lavori di “sistemazione ambientale a fini di sicurezza idraulica” del basso corso del fiume Piave. Detti lavori, eseguiti dalla Regione Veneto, Direzione Difesa del Suolo, dovranno interessare l’intera asta inferiore del fiume nel tratto Ponte di Piave – foce. L’inizio, avvenuto a Musile ha rivelato immediatamente la natura distruttiva del suddetto intervento, con rimozione totale della vegetazione forestale di sponda (sono rimaste un paio di misere robinie inclinate sull’acqua) e della rada vegetazione arborea presente sul ripiano di golena, tra cui alberi di pioppo bianco. Probabilmente, nel prosieguo dei lavori, dovremo assistere alla deforestazione completa del Piave e dunque alla scomparsa del più significativo tra i “polmomi vegetali” del territorio, con danno gravissimo alle valenze naturalistiche, ricreative e paesaggistiche del “Fiume sacro della Patria”. Alla scarpata forestale di sponda verranno sostituire belle massicciate di sasso calcareo secondo la migliore tradizione ingegneristica e in spregio ai nuovi, universali orientamenti di rinaturalizzazione delle sponde fluviali. Anche le isole della bellissima “Terza isola di Noventa” sembrano destinate a sparire, con buona pace di quanti avevano eletto quell’angolo di territorio a luogo dell’anima; per la sua bellezza, per il rigoglio dei suoi boschi, per le sue musiche naturali e per quel suo paesaggio così prossimo agli antichi paesaggi naturali del fiume. Tutto questo, ovviamente, non servirà a garantire sicurezza idraulica di fronte ad un nuovo, eventuale 1966. E’ poco e soprattutto del tutto inutile, di fronte ad un evento di quella portata. La strozzatura del Ponte della Vittoria a San Donà e del ponte autostradale qualche chilometro più a monte, rende infatti del tutto inefficaci questi stessi interventi. Ci chiediamo, allora, quali logiche muovano queste semplificazioni ecologiche e paesaggistiche e le centinaia di camion carichi di sassi o carichi di legna e i mezzi di movimento terra impegnati per mesi e mesi (se non anni di lavoro). La risposta, comunque non ce la darà nessuno; tanto meno le amministrazioni locali, pure coinvolte nell’operazione e che ai cittadini non hanno detto e spiegato assolutamente nulla di ciò che sta per accadere. Quella di Musile, interpellata appunto da un cittadino, ha risposto laconicamente di rivolgersi alla Regione Veneto, Difesa del Territorio. Già, ma di quale territorio? Forse quello di un altro pianeta? Oppure del Comune di Musile. Come Associazione Naturalistica Sandonatese informiamo che è nostra intenzione attivarci per sapere qualcosa di più. E per conoscere, soprattutto, quale misterioso meccanismo progettuale abbia indotto a cominciare l’intervento dall’esigua golena di Musile, anziché tagliare a raso il Parco Fluviale di San Donà. A nostro avviso, infatti, come ostacolo a una piena non mitigata a monte, come si dovrebbe, il Parco Fluviale sandonatese costituisce un impedimento assai maggiore della quinta forestale della sponda di Musile.
Il Presidente
Michele Zanetti